Ville Sbertoli

Le Ville Sbertoli sono un complesso di circa venti edifici che sorge in mezzo alla natura nelle colline pistoiesi, la decisione fu del dottor Agostino Sbertoli, medico operante, che decise  nel 1868 di prendere in affitto una delle due dimore signorili, villa Franchini Tavani, che poi ne fece l’acquisto nel 1871; dopodiché, nel 1876, acquistò pure l’altra tenuta, villa Rosati, di dimensioni maggiori rispetto alla prima e separata da essa da una via, il tutto per dar vita al suo ambizioso progetto. Il motivo, secondo molti era curare la malattia neuropsichiatrica di uno dei figli. Il dottor Sbertoli aveva, infatti, intenzione di dedicare l’allora piccolo complesso di ville alla cura del ragazzo perché si trovasse in un ambiente famigliare, qui aveva riconosciuto un luogo che offriva il clima ideale per lo stare bene. Proprio per questo la famiglia Sbertoli decise ad edificare  nuove strutture anche per coloro che soffrivano di disturbi simili al figlio, aumentando così la capienza di quel che stava diventando a tutti gli effetti un manicomio. Molte delle più facoltose famiglie italiane mandavano in cura i propri malati alla ville Sbertoli perché garantiva un certo livello di riservatezza. Ne è un esempio Severino Ferrari, poeta e critico letterario, amico fraterno di Pascoli e allievo di Carducci e ancora  Francesco Bonaini giurista illustre già ai tempi del Granducato di Toscana ed anche infaticabile organizzatore degli archivi toscani e dell’Italia centrale. La fama dell’ospedale non attira solo “grandi” pazienti ma anche grandi dottori e studiosi. I pazienti furono suddivisi nelle varie strutture in base al sesso, al ceto familiare, alla gravità e tipo di malattia. Nelle Ville Sbertoli venivano curati degenti affetti da vari tipi di disturbi mentali: depressione, delirio cronico, esaltazione maniacale, follia, ipocondria, ma pure alcolisti, epilettici e altro ancora. I metodi per le cure erano di svariato genere, si ricorda addirittura il ricorso all’uso della corrente elettrica nella cura delle paralisi leggere, si ricorreva all’idroterapia, all’utilizzo di ghiaccio sulla testa, all’applicazione di mignatte e vescicanti sulla testa e all’ano. Le stanze non erano arredate tutte allo stesso modo, bensì a tema: c’erano persino delle camere utilizzate per casi particolari, dove una di queste era sprovvista di mobilia che di volta in volta veniva adattata in base alle esigenze. Non mancavano casi in cui in quella stanza fosse impiegato un letto speciale a gabbia per gli epilettici, altre stanze erano destinate a ospitare i casi più difficili, quelli in cui i malati avevano la tendenza a farsi male e perciò le pareti erano state imbottite e le porte erano dotate di un rosone al centro con apertura, dalla quale era possibile, osservare il degente. Agostino Sbertoli morì nel 1898 e la proprietà delle ville spettò al figlio Nino, anche lui medico, poi con lo scoppio della seconda guerra mondiale e la crisi economica anche per il manicomio portò un aggravio insostenibile di costi di gestione alla società, che rese inevitabile la cessione del manicomio alla Provincia di Pistoia che lo convertì in Ospedale Neuropsichiatrico Provinciale. Dal ’80 in poi, nelle ville  che rimasero ancora aperte, erano ricoverate circa trecento persone, assistite da medici e infermieri, un numero di pazienti che via via andava sempre più scemando sulla base dei programmi interni, sino ad arrivare alla chiusura definitiva nel 2006.

Altre curiosità – Come in tutte le strutture psichiatriche anche ville Sbertoli ha le sue leggende e storie di fantasmi – Si narra che nel salone principale della villa  centrale chiamata villa del mezzogiorno ci fosse un pianoforte,  si racconta che si senta suonare le sue note  a  qualunque ora del giorno e della notte,  Ma all’interno di questa villa non c’è nessuno, c’è chi sostiene che venga suonato dal fantasma del figlio pazzo del professor Agostino Sbertoli. – Il pianoforte non c’è più non sappiamo se è stato distrutto da qualche vandalo, o semplicemente da qualcuno stanco di sentire queste note suonare. – Visitando l’interno delle ville una in particolare, sono ancora visibili disegni agghiaccianti di mostri, demoni, bambini con il fucile in mano e fiori, tutte immagini prodotte sembra da menti non sane. Raccontano che a realizzare queste opere siano stati i fantasmi, forse dei folli che hanno vissuto nelle Ville Sbertoli e che ancora oggi continuano ad abitarle, aggirandosi per le stanze.

Esperienza unica in questo genere...

Oggi la nostra passione ci ha portati lontani da casa, in una terra meravigliosa ricca di colori, profumi e sapori, la Toscana, una tra le regioni Italiane che più amiamo dopo la nostra cara madre terra.

Qui arriviamo con più di una motivazione, oltre alla nostra passione nell’esplorare i luoghi abbandonati, siamo arrivati fino a qui per conoscere di persona Davide ed Elisa, due youtuber del canale Ghost Village, amici conosciuti nei vari social con la nostra stessa passione (doveroso aggiungere che dopo averli conosciuti di persona, possiamo dire di aver trovato dei buoni amici). Anche queste sono le cose belle dell’urbex, conoscere nuovi amici che condividono la tua stessa passione, confrontarsi su esperienze vissute nelle svariate esplorazioni nei luoghi abbandonati. La sorte ha voluto che anche loro, seppur essendo Toscani, non avessero mai esplorato le ville Sbertoli e da qui l’idea di unire le forze per affrontare un’impresa epica. Il buio è calato da un pezzo, solo le nostre torce ci illuminano la via, l’atmosfera è surreale il fruscio delle foglie il calpestio dei nostri passi e i moltissimi edifici abbandonati che ci osservano immobili nell’oscurità, nulla di tutto questo ci era capitato fino ad ora e nulla di tutto questo ci avrebbe fermato, anzi l’adrenalina sale ad ogni edificio che esploriamo e anche se la stanchezza comincia a dare i suoi segni, noi andiamo avanti sempre più entusiasti e dopo quasi cinque ore senza mai fermarci, un forte acquazzone ci costringe alla ritirata. Siamo fuggiti per il bosco buio con i rami che ci venivano in faccia, siamo arrivati fradici alla macchina ma felici come non lo siamo stati mai.

Già.. un’impresa epica, così l’abbiamo definita, ma non potevamo chiamarla diversamente..

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