Sirma – Porto Marghera – Venezia

Nel 1933, la FIAT costruisce a Porto Marghera, nella Prima Zona Industriale in via delle Industrie, la SIRMA (società italiana refrattari Marghera) per la produzione di refrattari industriali che servivano per i due vicini stabilimenti di proprietà del gruppo torinese, la Società Italiana Vetri e Cristalli e la Società Italiana Coke.

La produzione degli impianti, che sorgevano su un area di 17.000 mq, si aggirava intorno alle 12.000 tonnellate annue, comprendeva refrattari silico-alluminosi di magnesite, cromite, cromo-magnesite e carborundum, ed era destinata alle fabbriche di calce e cementi, alle cokerie e officine del gas, ad acciaierie e industrie chimiche.

Lo stabilimento occupava alla fine degli anni trenta circa 350 addetti.

Nel 1941 l’IFI (Istituto Finanziario Industriale di Torino) acquisisce l’intero pacchetto azionario della Sirma.

Nel 1959, quando la Fiat cede alla Montecatini gli stabilimenti Vetro coke di Marghera mantiene, tramite l’IFI, la proprietà della Sirma.

Tra il 1960 e il 1961 è sempre l’IFI a costruire un nuovo impianto – La SIRMA 2 in seconda zona industriale, in località Malcontenta – per la produzione di refrattari speciali, rulli ceramici, mattoni isolanti e prodotti speciali sfusi in carburo di silicio.

Nel 1963 le due fabbriche occupano 1014 dipendenti. In quell’anno la Sirma procede a una riduzione degli organici che, oltre a dar luogo a una lunga vertenza sindacale, avvia la fase di declino degli impianti in prima zona.

Nel 1969, accanto alla Sirma 2, viene costruita la Sirma 5, destinata a produrre refrattari alluminosi e silico-alluminosi.

La produzione della Sirma 1 cesserà invece alla fine degli anni settanta, quando gli stabilimenti Vetro e Coke sono ceduti dalla Montedison all’Egam, gruppo a partecipazione statale che possedeva già altre industrie di refrattari e gli edifici vennero ceduti alla cokeria, oggi li possiamo ancora vedere in stato di abbandono nell’area della Pilkington in via delle Industrie. Mentre Sirma 2 e Sirma 5 vennero acquisiti nel 1998 dal gruppo Gavioli.

La crisi di Sirma è stata denunciata dai lavoratori e dai sindacati esattamente il 6 marzo del 2008. Fino a quel momento però c’erano stati dei segnali che avevano fatto pensare a tutto tranne che alla crisi. Dal novembre 2007 al gennaio del 2008, si era parlato addirittura di quotare in borsa la Sirma e per questo motivo i bilanci della Sirma erano stati certificati dalla Kpmg.

Il 6 marzo 2008 però i 250 lavoratori dell’azienda (200 dipendenti diretti e 50 degli appalti) scioperarono, accusando Gavioli di aver smesso di pagare i fornitori. Quel giorno fu aperta la procedura di liquidazione. Dei quasi 200 dipendenti una sessantina riuscì a trovare altri sbocchi. Il 16 ottobre 2008 arrivarono i licenziamenti per 137 lavoratori rimasti. Sul caso, sempre nel marzo 2008, gli enti locali (Comune e Provincia), la Regione e la Prefettura aprirono un tavolo. I lavoratori diedero vita ad una cooperativa, per tentare di acquistare l’azienda, offrendo più di tre milioni di euro, alla fine di novembre 2008. I liquidatori però rifiutarono l’offerta adducendo il motivo che era troppo bassa.

Nel 2009 annunciarono che avrebbero venduto i beni aziendali per un valore di circa 10 milioni di euro con un bando che avrebbe avuto lo scopo di pagare semplicemente quelli che secondo i liquidatori all’epoca erano i debiti aziendali.

A oggi i capannoni sono completamente vuoti e l’area è in stato di abbandono, anche se sembra che qualcosa stia succedendo, un piano di bonifica e riqualifica è in atto nella seconda zona industriale Sirma compresa.

 

L’esplorazione di oggi ci porta all’interno di una vasta zona industriale, l’area di Sirma 2 e Sirma 5, abbiamo la fortuna di esplorare questo luogo con una persona che un tempo ci lavorava e quando ha saputo della nostra intenzione di visitare Sirma ha voluto accompagnarci e guidarci al suo interno, raccontandoci aneddoti di quotidiana lavorazione, descrivendoci a cosa servissero un tempo quei pochi impianti rimasti, ma anche facendoci immaginare cosa ci fosse stato dentro qui capannoni dove adesso ormai non c’è più nulla.

La Sirma per molti è conosciuta come la fabbrica con la nave, questo perché sotto un capannone, anzi alla struttura di un capannone, possiamo trovare lo scheletro di una piccola nave che il vecchio proprietario probabilmente stava restaurando.

Nella nostra esplorazione abbiamo trovato moltissimi documenti, sia di Sirma che di Slia altra società di rifiuti di Gavioli, la quale ha avuto in passato diversi guai giudiziari, bé dai vi raccontiamo in breve la storia di Gavioli.

La storia di Gavioli parte da lontano: cominciò negli anni 70 guidando una piccola macchina pulitrice nel petrolchimico di Marghera, e da lì iniziò la sua scalata nel mondo dei rifiuti. Nel 1998 compra Sirma, azienda di Marghera, e due anni dopo compra anche i cantieri Tencara, che hanno messo il loro timbro anche sul Moro di Venezia e l’America’s cup. Li vende però nel 2003 e quattro anni dopo abbandona anche Sirma. Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa da Napoli, e che porta in carcere Gavioli e i suoi collaboratori, si parla anche di tutto il castello di imprese che ruotano attorno all’imprenditore. Società che, secondo la Finanza, vengono fatte nascere, morire (solo formalmente) e che poi ripartono più leggere con i concordati concessi dai tribunali. Tutto legale, fino a prova contraria, ma, come dice l’ordinanza di Napoli, «Enerambiente nasce con un destino segnato». Gavioli sa di essere sul filo di lana. Lo dice in una conversazione registrata alla fine del 2011 mentre parla con il suo commercialista Enrico Prandin: «La Guardia di finanza è andata in Sirma», Gavioli: «Chi, quelli di Catanzaro?» Prandin: «No quelli di Napoli», Gavioli: «Avremo tutta la Guardia di finanza d’Italia» Prandin: «Si questi vanno su e giù per noi». La visita in Sirma dei militari non è casuale, perché sembra che anche in quel caso (200 operai lasciati senza lavoro) sia stato messo in piedi lo stesso schema di svuotamento che si suppone si stato utilizzato per Enerambiente. Il meccanismo lo spiega Giovanni Faggiano, l’amministratore delegato che finisce in galera prima di tutti. Parlando con la moglie le spiega: «Lui (Gavioli) tiene debiti pazzeschi a livello personale, quindi lui voleva Enerambiente come cassaforte, capito? Come ha fatto con Slia, l’ha svuotata e poi l’ha buttata a mare, grande figlio di puttana (…) e ha fatto lo stesso con Sirma, anche da Sirma ha prelevato tutto, lui tiene un accertamento fiscale di 36 milioni per Sirma». Enerambiente viene creata nel 2010 dalle ceneri dalla Slia spa: dalla scissione di Slia spa nascono Slia Technologies e Enerambiente: nella prima viene fatta confluire la parte buona della società, nella seconda vengono riversati tutti i debiti. Il 21 dicembre del 2009 Enerambiente incorpora anche la Società meridionale discariche (creata con la sovvenzione della cassa del Mezzogiorno) e la Sirma servizi srl, costituita nel 1991. Tutte le società sono di Gavioli. Secondo la Finanza fusioni e scissioni gli servono solo per riversare i debiti nelle società destinate a morire e mettere da parte i soldi buoni. Sono gli stessi investigatori a descrivere le scissioni come fughe dai debiti. Il binario parallelo in cui corrono Enerambiente, che sta facendo soffocare Napoli nei rifiuti, e Sirma, che lascia a piedi centinaia di operai (e un debito di milioni di euro), viene descritta nei dettagli nell’ordinanza del Gip: «L’operazione di realizzazione di un bidone industriale da parte di Gavioli si compie definitivamente quando il 4 agosto del 2010, davanti al notaio Forte di Treviso, realizza la scissione di Enerambiente e Enertech, con solo centomila euro di capitale sociale». Nella Enertech trasferisce tutte le cose buone di Enerambiente, lasciando a quest’ultima i debiti. In pratica il signor Gavioli dopo aver indebolito una società la spacca in pezzettini e butta a mare la parte debitoria, e mette via la parte buona che sottrae ai creditori stessi. Questa storia si sarebbe ripetuta in Sirma, quando ha sottratto alla società, poi liquidata, il patrimonio immobiliare, e si è ripetuta in Tencara. Un giochino che si riversa sulle spalle delle centinaia di operai che protestano davanti ai cancelli senza lavoro e senza stipendio.

 

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