Malteria Adriatica – Marghera – Venezia

All’inizio del ‘900 Venezia era un grande centro urbano e industriale che necessitava di un porto commerciale di grandi dimensioni, maggiori di quelle offerte dalla Stazione Marittima inaugurata solo un ventennio prima (1880).

Un gruppo di imprenditori e finanzieri, tra i quali Giuseppe Volpi, con il supporto e il sostegno dello Stato e del Comune di Venezia, decise di creare un porto industriale e commerciale a Porto Marghera. Questa decisione rispondeva ad esigenze ed interessi privati e pubblici. Privati perché la costruzione di Porto Marghera rappresentò una grande  occasione di investimento e profitto, pubblici perché il nuovo porto industriale avrebbe consentito di dare slancio all’economia in una fase di crisi a seguito della disfatta di Caporetto e nel contempo avrebbe potuto offrire nuovi sbocchi occupazionali alla popolazione veneziana.

Le imprese entrarono in funzione dai primi anni venti, dopo la seconda guerra mondiale e i difficili anni immediatamente seguenti, il Porto conobbe una fase di riprese ed ulteriore espansioni. A metà degli anni cinquanta venne creata la seconda zona industriale interamente destinata alle trasformazioni chimiche del petrolio e del metano per la produzione della plastica.

L’area portuale è suddivisa in varie zone qui sotto elencate, che si possono ben distinguere dalla mappa allegata.

  • Prima Zona industriale Nord (dal Vega alla Banchina del Canale Nord)
  • Porto Petroli
  • Prima Zona Industriale Ovest (Banchina dell’Azoto e via dell’Elettricità)
  • Seconda Zona industriale Nord (via della Chimica e area Petrolchimico)
  • Seconda Zona industriale Sud
  • Terza Zona industriale (Moranzani e Fusina)

In questo articolo vi parleremo di una di queste Zone (Prima Zona industriale Ovest), in particolare di un stabilimento ora in abbandono ma che un tempo si occupava della lavorazione del Malto per la produzione della Birra.

Nella banchina prospiciente quella dei Molini, sul canale Ovest, la società Anonima Malteria Adriatica fece richiesta, nel 1937, di un’area di circa 12.000 m2 per costruirvi una stabilimento destinato alla lavorazione dell’orzo. Tale stabilimento fu costruito e ampliato nel 1946 con l’aggiunta di un reparto dedicato alla produzione di farina di estratti di malto. Alcuni articoli mostrano questa azienda legata al Friuli (regione dove spiccano diversi marchi noti come Moretti e Domisch rilanciata nel 2017 dalla Peroni) poichè maltava orzo friulano proprio per queste aziende, oltre che per moltissime altre.

L’impianto viene acquistato nel 1984 dalla Saplo e successivamente dismesso. Lo stabile giace ora in abbandono ma l’originalità di alcune soluzioni costruttive come il camino in rame e le scale esterne che avvolgono il silos principale attirano lo sguardo attento di fotografi professionisti ed amatoriali.

Oggi è la nostra prima uscita esplorativa di gruppo poichè il luogo che andremo ad esplorare siamo a conoscenza che è abitato da molti senzatetto, pertanto non ci fidavamo ad esplorarlo da soli. Abbiamo unito le forze con altri urbex (urbex venezia, zhurbex, i quali ringraziamo e consigliamo ai lettori di visitare i loro profili Instagram), siamo andati appunto ad esplorare questa struttura assieme per evitare guai.

Appena entrati nel perimetro ci sembra di essere in un vero accampamento e abbiamo la sensazione di esser controllati, in realtà più tardi ci rendiamo conto che siamo soli, probabilmente questo posto è frequentato nelle ore serali.

Di questa struttura non possiamo raccontare molto, la conseguenza che è stata chiusa ed abbandonata da decenni lo dimostra il fatto che dei vecchi impianti non è rimasta nemmeno l’ombra. Abbiamo trovato qualche vecchio documento e dei libri contenenti fatture dei berrifici per la quale lavorava il malto. Una cosa che notiamo è la presenza di un camino in rame girevole, non capiamo però se un tempo girasse seguendo l’andamento dei venti oppure venisse azionato manualmente dagli operatori. Sempre parlando di questo camino, notiamo che di fianco c’è un grosso tappo, come se un tempo ce ne fosse stato un altro cosa confermata dalla ricerca fatta in seguito e mostrata nella foto storica pubblicata all’inizio dell’articolo.

La cosa più interessante trovata al suo interno è stata una targa appesa al muro la quale scrive “WEICHEN-ANLAGE J.A. TOPF & SOHNE ERFURT”.

Tornati a casa riguardo le foto e rivedo quella targa, allora inizio una ricerca e cosa scopro..

Nel 1878 J. A. Topf (1816–1891) fondò una compagnia per la produzione di sistemi di combustione. Nel 1891 la J.A. Topf und Söhne, nel frattempo specializzatasi nella realizzazione di sistemi di riscaldamento e impianti per la lavorazione di birra e malto, acquistò dei terreni nei sobborghi di Erfurt, nell’area posta tra l’attuale Sorbenweg e Rudolstädter Strasse. Allo scoppio della prima guerra mondiale, la compagnia impiegava più di 500 persone. Sempre in quel periodo l’azienda creò una divisione aziendale destinata a produrre forni crematori, comparto nel quale divenne leader di mercato negli anni venti.
La J.A. Topf und Söhne è stata una società di costruzioni tedesca di Erfurt, coinvolta nella complicità col Nazismo nella costruzione di strumenti di sterminio, per aver progettato e realizzato forni crematori e camere a gas nei lager del III Reich.Per queste famigerate commesse fu in concorrenza stretta con altre ditte similari, principalmente la Heinrich Kori GmbH(KORI), allora sita in Dennewitzstrasse 35 a Berlino, anch’essa costruttrice di forni crematori in numerosi campi nazisti.
La Topf produsse i forni impiegati dai nazisti nella maggioranza dei loro più tristemente famosi campi di concentramento, quali Auschwitz, Birkenau, Mauthausen, Dachau, Gusen, Buchenwald e diversi altri.
Nell’immaginario collettivo questa ditta è rimasta come simbolo dell’orrore dei forni crematori nei lager nazisti.

Fonte: wikipedia

 

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